Attilio Gregori nasce a Monte rotondo in provincia di Roma nel 1965.
Di professione fa l’allenatore, anche se i più lo ricordano un portiere molto bravo nel parare i rigori indossando le maglie di Roma, Genoa, Hellas Verona, Udinese e Bari.
“Attilio, quando hai appeso al chiodo i guantoni da portiere? Alcuni tuoi colleghi più vecchi di te, come Ballotta, ancora giocano: perché hai preso questa decisione?”
“Ho smesso nel 2003; ormai sono 4 anni. Ballotta si può permettere di giocare ancora perché lo fa adesso, mentre per molti anni è stato secondo e quindi l’usura rispetto a chi ha giocato sempre è minore. Ho deciso di smettere perché non avevo più gli stimoli: quando fai fatica ad allenarti, ti pesa andare in ritiro, smettere è la giusta conseguenza”.
“Si soffre di più in panchina come allenatore o nel difendere i pali?”
“Si soffre di più come allenatore perché le responsabilità sono maggiori: il portiere è da solo davanti all’avversario; l’allenatore deve pensare per tante teste, ma poi deve decidere da solo.
Stare in porta per me non è stata mai una sofferenza perché mi piaceva quello che facevo e mi caricavo ancor di più quando dovevo affrontare grandi giocatori”.
“Come sono andate le tue prime esperienze da trainer?”
“Ho iniziato la mia nuova carriera un po’ alla Mazzone, subentrando a campionato in corso in squadre che dovevano tirarsi fuori dai bassi fondi della classifica e per tre anni mi è andata bene. Spero di ripetermi anche quest’anno. Questa stagione ho potuto iniziare dalla preparazione, infatti sono stato richiamato dal Monterotondo, compagine con la quale tre anni fa abbiamo vinto uno spareggio ai play-out. Mi piacerebbe lottare per obbiettivi differenti da quelli della salvezza, ma evidentemente quello che merito ora forse è questo”.
“A quale allenatore ti sei ispirato?”
“A nessuno in particolare. Ho una grande ammirazione per Walter Novellino”.
“In che serie milita la squadra e come si sta comportando?”
“Il Monterotondo è in serie D, girone G. Avevamo cominciato molto bene totalizzando 11 punti in cinque partite; ora purtroppo siamo reduci da tre sconfitte consecutive e domenica dobbiamo affrontare la prima in classifica”.
“Allora il girone è lo stesso della Villacidrese squadra nella quale gioca Melis?”
“Sinceramente non sapevo che Melis militasse in serie D. Nell’Hellas non siamo stati compagni, ma ci siamo scontrati nel derby col Chievo. Ad ogni modo, se vogliamo parlare di compagni del Verona, il mio Monterotondo è stato battuto dal Tavolara, squadra allenata da Vittorio Pusceddu. La Villacidrese la dobbiamo ancora incontrare, e adesso che so della presenza di Melis, immagino sia davvero forte”.
“Quale modulo adotti nelle tue squadre?”
“Quest’anno ho iniziato con un 4-3-3 per poi passare a un 4-4-2, però ritengo che siano i giocatori a fare il modulo e non l’allenatore”.
“C’è un giocatore del Monterotondo che ci vuoi segnalare?”
“Il nostro attaccante Fazzi classe ’84, proveniente dal campionato di promozione e prima ancora dall’atletica, con i suoi gol si sta mettendo molto in luce”.
“Sei stato coinvolto nella vicenda del calcio scommesse dalla quale ne sei uscito pulito: cosa ti ha lasciato quest’amara esperienza?”
“Ero sicuro di non avere fatto nulla e sono stato accusato di comportamenti illegali anche quando avevo lasciato il calcio giocato. Ma in tutta quella brutta vicenda, ciò che mi ha ferito di più è stato il fatto che il mio nome è stato detto da una persona che reputavo mia amica, ovvero il famoso giornalaio di Udine: era l’unica amicizia che avevo ad Udine; ci frequentavamo anche con le nostre rispettive famiglie. L’affetto era rimasto anche dopo aver lasciato il Friuli, nonostante poi non ci sentissimo troppo spesso. Il suo comportamento per me è stata una vera pugnalata, è stato terribile, anche più dello stesso essere stato indagato: ero sicuro del fatto mio e mi rincresce aver creduto in un autentico rapporto di amicizia, ma che in realtà si è dimostrato fittizio”.
“All’inizio e alla fine della tua carriera hai giocato in due squadre della Capitale: che cosa ci dici?”
“Io ho appunto giocato nella Roma… Ho anche giocato nella Lodigiani, la terza squadra di Roma, ma era più per fare un favore ad un amico; Di Mauro che ha giocato con me nella Roma, mi chiamava ripetutamente; io non avevo voglia di faticare ancora e rimettermi in discussione, ma per l’amicizia che avevo, mi sono lasciato convincere.
Alla Lodigiani sono stato una stagione, anzi sono andato via tre mesi prima della conclusione del campionato. I ricordi del periodo romanista appartengono ormai alla preistoria e stanno svanendo ulteriormente: parliamo degli anni 85-86, due anni bellissimi: nell’86 abbiamo vinto la Coppa Italia contro la Samp e la fase finale l’avevamo giocata tutti noi ragazzini, in quanto i nazionali della squadra erano impegnati nella preparazione del Mondiale in Messico. Sono stati anche i due anni che mi sono accomodato per sessanta partite in panchina senza mai debuttare in campionato”.
In quegli anni il portiere della Roma era Tancredi. Gregori poi debuttò in Serie A nel 1989 in Genoa Lecce.
“E del goal fatto alla Lodigiani cosa hai da dire? Sei entrato di diritto nell’Olimpo dei portieri goleador oppure sei solo un pazzo?”
“Prima di smettere volevo provare ad ogni costo la sensazione di segnare un goal. Ho provato a Verona, ma mi è andata male perché ho sbagliato un rigore.
Nella partita Frosinone Lodigiani, campionato di C2, ci ho riprovato: ho battuto un calcio di punizione e mi è andata bene; penso che in Italia gli altri portieri goleador abbiano segnato solo di testa e mai di piede, quanto meno mai su tiro piazzato”.
Ecco il gol:… Siamo al 25’ minuto del primo tempo dell’atteso derby di serie C2 tra il Frosinone e la Lodigiani. La squadra ospite usufruisce di un calcio di punizione al limite dell’area, accordato dall’arbitro Stefanini, per un fallo di gioco.
Mentre il portiere ciociaro Buscicchio prepara la barriera, il suo collega Gregori esce dall’area e di corsa si porta sul punto di battuta, sommerso dai numerosi fischi dei tifosi di casa presenti allo stadio.
Gregori, per nulla intimorito dai minacciosi cori di sfottò, sistema il pallone e deciso si prepara a calciare a rete.
La sua battuta è senza rincorsa, appena due passi per dare la giusta potenza al pallone che scavalca la barriera a si va ad infilare nell’incrocio alla sinistra del portiere ciociaro, il quale non avendo neanche il tempo per tuffarsi verso la sfera, resta immobile.
“Che cosa hanno significato per te gli anni passati a Verona?”
“Giocare nell’Hellas è stato l’apice della mia carriera. Verona è una città straordinaria; apprezzo davvero molto la mentalità della gente; avrei voluto rimanerci a vivere anche dopo il calcio, ma gli affetti famigliari che stanno a Monterotondo hanno fatto in modo che decidessi di tornare a casa mia: però riconosco che quello che c’è a Verona qui a Monterotondo posso vederlo solo in sogno”.
“Allora, dimmi cos’è che ti manca più di tutto di Verona!”
“La nebbia! Mi alzavo al mattino e lei era là fuori… Mi innervosivo quando non la trovavo fuori dalle finestre ad attendere il mio risveglio… D’inverno mi piaceva allenarmi immerso nel freddo clima di quella città. Mi mancano i tifosi e mi rattrista sapere quanto stanno soffrendo adesso per le sorti dell’Hellas”.
“Ci racconti un aneddoto legato agli anni in gialloblu?”
“Mi viene in mente il rigore da me sbagliato contro il Venezia: ricordo la curva che mi chiamava… Dai Gregori segna per noi, Gregori segna per noi! E così sono andato lì io a battere quel rigore e l’ho sbagliato…”
“Ma te l’ha parato il portiere del Venezia?”
“No, ho tirato il pallone direttamente in curva: l’avranno ancora i tifosi…! Tu pensa che tiro possa aver fatto… La curva al Bentegodi non è tanto vicina al campo… Fortuna ha voluto che Lunini aveva segnato il goal del pareggio”
“E se ti dicessi Inter Verona del 1992… Cosa ti rievoca?”
“Una partita strana dove ogni quarto d’ora avevamo un rigore contro: in tutto sono stati quattro, due li ho parati”.
“Se non ricordo male Desideri fece una doppietta…”
“Si, giusto. Con Desideri ho giocato nella Roma e ricordo che quando eravamo nelle giovanili andavamo assieme agli allenamenti in vespetta”.
“Ti piaceva anche fare dei dribling ai tuoi avversari…”
“Si. Mi fai tornare in mente Messina Verona: stavamo perdendo due a uno; eravamo nei minuti di recupero: sono partito dal mio centrocampo e mi sono messo a dribblare i Messinesi; li avevo dribblati tutti tranne uno; era Ficcadenti… Lui mi tolse la palla e il Messina con tre passaggi, approfittando della porta lasciata da me vuota, con Cambiaghi segnò il terzo goal”.
“Per finire, tifi per la Roma e secondo te vincerà lo scudetto?”
“Tifo per il Verona e lo scudetto l’ha già vinto l’Inter”.
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