
Puoi anche svegliarti presto la mattina, ma la tua sorte si è svegliata mezzora prima di te.
Ognuno di noi, alla fine ha quel che ha saputo essere. Mai ciò che avrebbe potuto diventare.
Spesso, anche in questo sito, mi viene ricordato come, durante la mia carriera di calciatore, sia stato etichettato un’eterna incompiuta. Tanto più a Verona, dove, grazie anche al palcoscenico più importante che la fortuna mi ha concesso, ho fatto quanto era nelle mie possibilità per ingraziarmi la dea bendata.
Non è stato così e ,quindi, quanti ricordano o analizzano quel periodo l’additano come un’occasione mancata. Non fu così, non è stato così.
Avevo 27 anni, ebbi quell’occasione grazie ad uno stupendo precedente campionato con Carrarese in C1 ed ai miei 14 gol complessivi.
Il 1994/95 è appena tre lustri fa, eppure sembra davvero un altro secolo.
Oggi basta mettere la palla dentro e tutto è facile. In quei momenti del calcio totale, questo non era sufficiente.
Io, sono convinto di aver fatto la mia buona figura. Ho amato e sono stato amato da Verona; se avessi allungato il contratto, com’era anche concretamente possibile, mi sarei stabilito all’ombra dell’Arena. Io e mia moglie ci sentivamo a casa nostra.
Non furono sufficienti i miei 12 gol, fatti tra un intervallo e l’altro delle mie forse troppe peregrinazioni in panchina.
Bortolo Mutti mi dette fiducia, con la condizionale, ma io ero al settimo cielo. Vivevo in Via Roma, a 10 minuti dal campo.
Tra i compagni, i più solidi amici veri furono Massimo (Ficcadenti) eVincenzino (Esposito).
Vita abbastanza spartana, da serio professionista, nel la piena consapevolezza che quella carta andava giocata con la dovuta serietà. Alla fine, nonostante la possibilità di un biennale, quell’anno finì con la mia uscita dall’Hellas.
Erano i tempi del famigerato parametro; un gioco al massacro che ha tritato tanti di noi. Ed io tra questi.
Mio malgrado, abbandonai il rettangolo dei miei sogni.
Avevo ancora nelle orecchie il dolce frastuono della mia rete nel primo derby con l’allora astro nascente Chievo, e l’abbraccio dei quarantamila. Ho continuato a calcare i campi per fare il lavoro-gioco più bello del mondo.
L’ho svolto con dignità , con serietà, con altre 200 partite tra i professionisti.
Lo faccio ancora. A 42 anni gioco nella Montina, una squadra dilettanti che fatichereste a trovare nella carta geografica del pallone. Nel contempo continuo a insegnare calcio ai bambini: nell’Olbia calcio ho a disposizione quelli nati dal 2000/2003.
Di Verona non mi manca certamente la lirica, che non è mai stata la mia passione.
Di quel tempo rimpiango il sapore, il profumo di certe situazioni che non ho più rivissuto. Ma non ho mai rimpianto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Questi autogol non sono nel carattere di uno che, nato e cresciuto a Tor Marancia, ha saputo accettare dall’esistenza tutto quello che si ha saputo meritare.
Esiste una sola vita, anche se se ne praticano miliardi di versioni. La mia, quella con la mia stupenda compagna, con le bambine Nicole ed Alessia, di fronte ad uno dei mari più belli del mondo è più che felice. Grazie anche ad un pallone; grazie anche a quei sogni vissuti nella mia splendida Verona.
Fabrizio Fermanelli in collaborazione con il giornalista Salvatore Zappadu
(Ringraziamo Fabrizio Fermanelli per la foto che ci ha gentilmente fornito)
Tags: 1994/95, archivio, Fabrizio Fermanelli, Massimo Ficcadenti

